Indice dei contenuti
- Cos’è l’atrofia ossea dentale e cosa significa sul referto
- Mascellare superiore e mandibola: due atrofie diverse
- Come si misura l’atrofia: la TAC e le classificazioni
- Gradi di atrofia e soluzioni implantari
- La dentiera e l’osso che si consuma
- A che età si presenta e perché peggiora
- Atrofia gengivale: cos’è e perché è un’altra cosa
- A chi rivolgersi a Firenze
- Fonti
Risposta breve
L'atrofia ossea dentale è la riduzione in altezza e spessore della cresta che ospitava i denti, conseguenza della perdita ossea dopo estrazioni, parodontite o anni di protesi mobile. Il mascellare superiore si riassorbe verso il palato e verso il seno, la mandibola verso l'esterno e verso il nervo. Si misura sulla TAC cone beam e si classifica in gradi; per ogni grado esiste una strategia implantare, dagli impianti corti alla ricostruzione dell'osso.
Sul referto della panoramica o della TAC compaiono parole come “atrofia”, “ipotrofia”, “rarefazione ossea”. Oppure è il dentista a dirlo, guardando le immagini: l’osso si è consumato. Chi legge vuole sapere due cose: quanto è grave, e se gli impianti si possono mettere comunque. A entrambe si risponde con le misure, che oggi si prendono sulla TAC.
In questa guida, rivista dal Dott. Paolo Francesco Orlando, odontoiatra specialista in Chirurgia Odontostomatologica (Albo degli Odontoiatri di Firenze n. 967), trovi cosa significa atrofia ossea dentale, in cosa differiscono mascellare superiore e mandibola, come si misura sulla TAC, quali gradi esistono e quale soluzione implantare corrisponde a ciascuno.
Cos’è l’atrofia ossea dentale e cosa significa sul referto
L’osso che tiene i denti, l’osso alveolare, esiste in funzione dei denti: quando un dente manca, l’osso attorno comincia a ridursi, e continua per anni. Atrofia ossea dentale è il nome che si dà al risultato di questo processo: una cresta più bassa e più sottile di quella originaria, fino al punto in cui un impianto non ci starebbe più senza accorgimenti. Si parla anche di atrofia alveolare o atrofia della cresta; sui referti radiologici si trovano anche “ipotrofia”, che indica un volume ridotto, e “rarefazione ossea”, che indica una densità ridotta: sono aspetti diversi dello stesso quadro, e possono comparire insieme o separatamente.
Le cause sono quelle della perdita ossea: denti estratti e non sostituiti, parodontite, anni di protesi mobile, traumi, più raramente malattie generali. Il perché l’osso si ritira, quanto se ne perde dopo un’estrazione e come si può fermare sono spiegati nella guida sulla perdita ossea dentale. Qui ci occupiamo del dopo: come si misura l’osso che resta e cosa si può fare con quello.
Mascellare superiore e mandibola: due atrofie diverse
Le due arcate perdono osso in modo diverso, e questo cambia sia i problemi che le soluzioni. Nel mascellare superiore la cresta si riassorbe verso il palato e verso l’alto: l’arcata si restringe e, nei settori posteriori, il seno mascellare, la cavità d’aria sopra i molari, si allarga verso il basso e si mangia l’osso rimasto. Nella mandibola la cresta si riassorbe verso l’esterno e verso il basso: l’arcata si allarga, e nei settori posteriori il nervo alveolare inferiore, che corre dentro l’osso, si ritrova sempre più vicino alla superficie. È il motivo per cui, nelle atrofie gravi, il profilo cambia: il labbro superiore perde sostegno e rientra, mentre il mento sembra sporgere, perché la mandibola si è allargata e il mascellare si è ristretto.
C’è anche una differenza di velocità. In uno studio che ha seguito per 25 anni portatori di protesi totale, la cresta anteriore della mandibola si è abbassata circa quattro volte più di quella del mascellare.
| Mascellare superiore | Mandibola | |
|---|---|---|
| Direzione del riassorbimento | Verso il palato e verso l’alto: l’arcata si restringe | Verso l’esterno e verso il basso: l’arcata si allarga |
| Struttura che limita gli impianti | Seno mascellare nei settori posteriori; cavità nasale davanti | Nervo alveolare inferiore e forame mentoniero nei settori posteriori |
| Qualità dell’osso | Più spugnoso, soprattutto dietro | Più denso e compatto, soprattutto davanti |
| Velocità | Più lenta | Circa quattro volte più rapida sotto una protesi totale |
| Cosa si nota | Labbro superiore che rientra, dentiera superiore che perde tenuta | Mento che sporge, dentiera inferiore che “balla”, a volte dolore o formicolio al labbro inferiore, se la protesi preme sul forame mentoniero ormai affiorato in cresta |
| Soluzioni tipiche nell’atrofia avanzata | Rialzo del seno, impianti inclinati davanti al seno, pterigoidei, zigomatici | Impianti corti, impianti tra i due forami (All-on-4), rigenerazione verticale, sottoperiostei nei casi estremi |
Come si misura l’atrofia: la TAC e le classificazioni
La panoramica dà una prima idea, ma è un’immagine piatta: mostra l’altezza, non lo spessore. Per decidere un impianto serve la TAC cone beam, che ricostruisce la cresta in tre dimensioni. Su ogni sezione si leggono tre cose: l’altezza dell’osso disponibile, cioè la distanza tra la cima della cresta e il seno mascellare o il nervo; lo spessore, da guancia a palato o a lingua; e la densità, cioè quanto l’osso è compatto o spugnoso. Da questi tre numeri, e dalla posizione del dente da rifare, nasce il piano.
Per un impianto di misura standard servono indicativamente 6-7 mm di spessore, perché attorno alla vite devono restare almeno 1,5-2 mm di osso per lato, e almeno 10 mm di altezza; nella mandibola posteriore si aggiunge un margine di sicurezza di 2 mm dal nervo alveolare. Sotto queste misure si cambia strategia: impianti più corti o più sottili, inclinati, oppure ricostruzione dell’osso.
Per descrivere la forma della cresta i chirurghi usano da decenni la classificazione di Cawood e Howell, che segue il riassorbimento nel suo ordine naturale:
- Classe I: cresta con i denti.
- Classe II: subito dopo l’estrazione, alveolo in guarigione.
- Classe III: cresta arrotondata, ancora adeguata in altezza e spessore. L’impianto standard ci sta.
- Classe IV: cresta “a lama di coltello”, alta ma troppo sottile. Serve allargarla o usare impianti stretti.
- Classe V: cresta piatta, insufficiente in altezza e in spessore.
- Classe VI: cresta depressa, con perdita anche dell’osso basale, quello che dà forma al viso.
Alla forma si aggiunge la qualità: la classificazione di Lekholm e Zarb distingue quattro gradi di qualità, dall’osso quasi tutto compatto (qualità 1) a quello quasi tutto spugnoso (qualità 4), più frequente nel mascellare posteriore. Conta perché nell’osso di qualità 4 gli impianti sopravvivono meno (circa l’89% negli studi, contro il 96-98% negli altri tipi), e il chirurgo sceglie di conseguenza impianti, superfici e tempi di carico.
Gradi di atrofia e soluzioni implantari
Nessun grado di atrofia, da solo, chiude la porta ai denti fissi, ma a ogni grado corrispondono interventi diversi, con tempi e costi diversi. Questa tabella mette insieme quello che si vede sulla TAC e quello che di solito si fa.
| Grado | Cosa si vede sulla TAC | Soluzioni possibili | Approfondimento |
|---|---|---|---|
| Lieve (classe III) | Altezza e spessore sufficienti, al massimo qualche millimetro in meno | Impianti standard; eventuale piccolo innesto nella stessa seduta | Implantologia a Firenze |
| Moderata in spessore (classe IV) | Cresta alta ma sottile, sotto i 6 mm | Impianti stretti; espansione della cresta (split crest); rigenerazione orizzontale con membrana | Rigenerazione ossea |
| Moderata in altezza, settori posteriori superiori | Pochi millimetri di osso sotto il seno mascellare | Impianti corti; rialzo del seno per via crestale o laterale; impianti inclinati davanti al seno | Rialzo del seno mascellare |
| Moderata in altezza, settori posteriori inferiori | Nervo alveolare a meno di 12 mm dalla cresta (10 mm di impianto più 2 mm di margine) | Impianti corti (6-8 mm); impianti inclinati davanti al forame; rigenerazione verticale nei casi selezionati | Impianti corti |
| Grave, mascellare superiore (classi V-VI) | Cresta piatta, seno molto espanso, poco osso anche davanti | Arcata fissa su impianti inclinati (All-on-4) se davanti c’è osso; impianti pterigoidei dietro; impianti zigomatici, da soli o con impianti anteriori | Impianti zigomatici · Impianti pterigoidei |
| Grave, mandibola (classi V-VI) | Cresta piatta o depressa, nervo quasi in superficie dietro | Arcata fissa su 4 impianti tra i due forami (All-on-4); rigenerazione verticale; impianti sottoperiostei su misura nei casi estremi | All-on-4 e All-on-6 · Impianti con poco osso |
Qualche numero per orientarsi tra le opzioni. Gli impianti corti, negli studi randomizzati a 1-3 anni, non hanno mostrato differenze di sopravvivenza rispetto a quelli lunghi inseriti dopo una ricostruzione, con meno complicanze; una revisione Cochrane, basata però su due soli studi, ha stimato che l’aumento verticale dell’osso nella mandibola posteriore comporta circa cinque volte più complicanze rispetto agli impianti corti.
Le arcate su impianti inclinati hanno dati lunghi: nel mascellare, su oltre mille pazienti seguiti da 5 a 13 anni, gli impianti erano in sede nel 94,7% dei casi; nella mandibola, da 10 a 18 anni, nel 93%. Gli impianti zigomatici, ancorati all’osso dello zigomo, nelle revisioni sistematiche sopravvivono nel 95-96% dei casi a medio-lungo termine, con la sinusite come complicanza più frequente, riportata in una quota di pazienti che varia dal 2% al 14% a seconda degli studi. I pterigoidei, inseriti dietro il seno nell’osso del processo pterigoideo, sopravvivono tra il 91% e il 95,5% dei casi nelle revisioni sistematiche. Gli impianti sottoperiostei su misura, griglie in titanio stampate sulla forma dell’osso residuo, sono la soluzione più recente: i dati pubblicati hanno follow-up medi sotto i due anni e un’esposizione parziale della griglia in circa un caso su quattro, quindi si riservano ai casi in cui le altre strade non sono percorribili.
La scelta non è mai solo una questione di millimetri. Pesano l’età e la salute generale, quanto tempo si è disposti ad aspettare, il numero di interventi accettabili, i costi e il risultato estetico che si vuole ottenere. La ricostruzione dell’osso permette di mettere l’impianto nella posizione ideale per il dente ma aggiunge sedute e mesi; le soluzioni che sfruttano l’osso residuo sono più rapide ma vincolano la posizione degli impianti e il disegno della protesi. Si decide insieme, con la TAC davanti.
Una seconda valutazione sulla TAC è possibile: porta la tua, o la facciamo in sede, e vediamo quale grado di atrofia hai e quali strade restano aperte. Due sedi: Viale Giovanni Amendola 32A (055 269 8788) e Via Mario Sbrilli 4/6, zona Piazza Dalmazia (055 049 0583). Oppure scrivici dal modulo contatti.
La dentiera e l’osso che si consuma
Molti pazienti con atrofia grave hanno una storia simile: una protesi totale portata per vent’anni, che tiene sempre meno e va ribasata sempre più spesso. La dentiera da sola non consuma l’osso. L’osso si riduce perché mancano i denti. La protesi mobile, però, appoggia sulla gengiva e comprime la cresta, e non dà all’osso nessuno stimolo che lo mantenga. Il risultato è il riassorbimento continuo descritto sopra, più veloce nella mandibola, con la protesi inferiore che a un certo punto non trova più niente su cui stare.
Ancorare la protesi a impianti cambia il quadro: gli impianti scaricano le forze della masticazione nell’osso, e negli studi la cresta attorno agli impianti perde meno altezza di quella sotto una dentiera. Nella mandibola bastano due impianti per una protesi mobile ancorata (overdenture), che il consensus di McGill del 2002, poi confermato a York nel 2009, indica come trattamento minimo di prima scelta per chi non ha più denti sotto; quattro impianti permettono una protesi fissa. Per questo, quando una dentiera comincia a perdere tenuta, è il momento di far valutare l’osso con una TAC: il riassorbimento non si ferma da solo e, col tempo, le opzioni si riducono.
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A che età si presenta e perché peggiora
Non c’è un’età. L’atrofia è il prodotto del tempo passato senza denti: un ventenne che ha perso un incisivo per un trauma e lo ha lasciato mancante per dieci anni avrà con ogni probabilità, in quel punto, una cresta sottile; un ottantenne che ha sostituito i denti man mano può avere un osso ottimo. Si vede più spesso negli anziani perché hanno perso i denti prima e li hanno sostituiti meno. I fattori che accelerano il processo sono la parodontite non trattata, la protesi mobile portata per anni, il fumo e, in misura minore, l’osteoporosi e alcuni farmaci. La prevenzione è sostituire i denti mancanti in tempi ragionevoli e, quando si estrae un dente pensando a un impianto, proteggere l’alveolo al momento dell’estrazione. Tutto questo è nella guida sulla perdita ossea dentale.
Atrofia gengivale: cos’è e perché è un’altra cosa
“Atrofia gengivale” non è un termine clinico, ma è il modo in cui molti cercano due situazioni diverse. La prima, e la più frequente, è la recessione gengivale: la gengiva si ritira attorno a un dente e scopre il colletto o la radice, per spazzolamento troppo energico, gengive sottili, parodontite o denti mal posizionati. Riguarda oltre la metà degli adulti, secondo dati statunitensi, e si cura in parodontologia, con innesti di gengiva nei casi indicati: ne parliamo nella guida sulla recessione gengivale. La seconda è il collasso dei tessuti molli sopra una cresta edentula: quando l’osso si riduce, anche la gengiva sopra si appiattisce e si assottiglia, e nelle riabilitazioni con impianti questo va tenuto in conto, perché attorno all’impianto è preferibile avere una fascia di gengiva spessa e aderente. In questo secondo caso l’atrofia gengivale è una conseguenza di quella ossea, e si tratta insieme a quella.
A chi rivolgersi a Firenze
Nelle cliniche Dental Factor la valutazione dell’atrofia parte dalla TAC cone beam, letta insieme al paziente: dove manca l’osso, quanto, e quali soluzioni restano aperte, con tempi e sedute di ciascuna. Il piano di cura indica la strategia scelta e le alternative scartate, con il perché.
Il Dott. Paolo Francesco Orlando segue la chirurgia implantare e rigenerativa nelle due sedi fiorentine: Viale Giovanni Amendola 32A (Firenze Sud) e Via Mario Sbrilli 4/6, zona Piazza Dalmazia (Firenze Nord). Se vuoi vedere come è stato trattato un caso di atrofia grave, puoi leggere la storia di Rodolfo.
Per una valutazione della tua TAC, contattaci per prenotare una prima visita.
Fonti
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In sintesi
- Atrofia ossea dentale: la cresta che ospitava i denti si è ridotta in altezza e spessore; è il risultato della perdita ossea
- Il mascellare superiore si riassorbe verso l'interno e l'alto, verso il seno; la mandibola verso l'esterno e il basso, verso il nervo, e, sotto una protesi totale, circa quattro volte più in fretta
- Si misura sulla TAC cone beam: altezza e spessore residui in millimetri, più la densità
- Si classifica in gradi, da lieve a grave: per ogni grado esiste una strategia implantare
- Anche nell'atrofia grave esistono soluzioni per denti fissi, da valutare caso per caso: impianti corti, inclinati, zigomatici, pterigoidei, oppure ricostruzione dell'osso
- La dentiera non ferma il riassorbimento; una protesi ancorata a impianti rallenta la perdita d'osso
Le informazioni hanno scopo divulgativo e non sostituiscono la visita odontoiatrica. Il piano di cura e il preventivo sono definiti solo dopo visita e diagnosi.
Domande frequenti sull'atrofia ossea dentale
Risposte chiare alle domande che riceviamo più spesso, senza giri di parole. Se non trovi la tua, chiedici direttamente.
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Significa che la cresta ossea che ospitava i denti si è ridotta in altezza e spessore, fino al punto in cui un impianto standard non ci starebbe senza accorgimenti. È il risultato della perdita ossea che segue estrazioni non sostituite, parodontite o anni di dentiera. Sui referti compaiono anche “ipotrofia” (volume ridotto) e “rarefazione ossea” (densità ridotta).
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Nella maggior parte dei casi esistono soluzioni, da valutare sulla TAC. Nel mascellare superiore: impianti inclinati davanti al seno, pterigoidei, zigomatici ancorati all’osso dello zigomo (sopravvivenza 95-96% nelle revisioni). Nella mandibola: quattro impianti tra i due forami, rigenerazione verticale, impianti sottoperiostei su misura nei casi estremi. In alternativa si ricostruisce l’osso prima dell’impianto.
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Il mascellare superiore si riassorbe verso il palato e verso l’alto, e il seno mascellare si allarga mangiando l’osso posteriore; la mandibola si riassorbe verso l’esterno e verso il basso, e il nervo alveolare inferiore si avvicina alla superficie. Sotto una protesi totale la mandibola anteriore si abbassa circa quattro volte più del mascellare. Cambiano quindi anche le soluzioni implantari.
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Con la TAC cone beam, che mostra la cresta in tre dimensioni: altezza disponibile fino al seno o al nervo, spessore e densità. Per un impianto standard servono indicativamente 6-7 mm di spessore e 10 mm di altezza, con 2 mm di margine dal nervo. La forma della cresta si descrive con la classificazione di Cawood e Howell, in sei classi dalla cresta dentata a quella depressa.
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Non c’è un’età: dipende da quanto tempo si è stati senza denti. Un giovane che ha perso un dente e non lo ha sostituito per anni avrà in quel punto una cresta sottile; un anziano che ha sostituito i denti man mano può avere un osso ottimo. È più frequente negli anziani perché hanno perso i denti prima e li hanno sostituiti meno, spesso con protesi mobili.
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La dentiera da sola no: l’osso si riduce perché mancano i denti. La protesi mobile però comprime la cresta senza darle alcuno stimolo, e il riassorbimento prosegue, più in fretta nella mandibola. Negli studi la cresta attorno agli impianti perde meno altezza di quella sotto una dentiera: per questo, quando la protesi perde tenuta, conviene far valutare l’osso con una TAC.
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Si può rallentare: sostituendo i denti mancanti in tempi ragionevoli, proteggendo l’alveolo al momento dell’estrazione se è previsto un impianto, curando la parodontite, non fumando e non portando per anni una protesi mobile senza controlli. L’osso già perso non ricresce da solo, ma si può ricostruire con la rigenerazione quando serve.
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Non è un termine clinico: di solito indica la recessione gengivale, cioè la gengiva che si ritira attorno a un dente e scopre la radice, che si cura in parodontologia. Altre volte indica il collasso della gengiva sopra una cresta senza denti, che segue l’atrofia dell’osso e va considerato nella pianificazione degli impianti.