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Parodontologia Firenze: il trattamento per la salute di gengive e sorriso

Gengive sane, denti stabili.

Prevenzione e cura di gengiviti, parodontite e recessioni, per mantenere stabili i denti nel tempo. A Firenze, da Dental Factor.

Parodontologia Firenze: il trattamento per la salute di gengive e sorriso
  • Sondaggio diagnosi mirata

    Misuriamo la profondità delle gengive: la parodontite spesso non fa male.

  • Terapia non chirurgica prima

    Detartrasi e levigatura radicolare; la chirurgia solo se davvero serve.

  • Richiami mantenimento

    Il risultato si tiene con richiami programmati e igiene domiciliare.

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La promessa di Dental Factor

Gengive curate con un percorso a fasi, dalla diagnosi al mantenimento

Dental Factor è uno studio odontoiatrico di Firenze, con sedi in zona Amendola e in zona Dalmazia, dove la salute delle gengive viene trattata come un percorso a fasi e non come una singola seduta: la parodontite (chiamata anche piorrea) è una malattia cronica che si controlla e si stabilizza nel tempo, non si "guarisce" una volta per tutte.

Il percorso è seguito dall'équipe sotto la supervisione del Dott. Paolo Francesco Orlando (Albo Odontoiatri di Firenze n. 967), con la collaborazione del parodontologo, secondo un metodo costante: diagnosi accurata, terapia su misura in base allo stadio e continuità di mantenimento, con la possibilità di appoggiarsi alla seconda sede.

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Diagnosi con sondaggio parodontale

La parodontite spesso non provoca dolore fino agli stadi avanzati: per questo la diagnosi parte dal sondaggio parodontale (la misurazione della profondità delle gengive) e dalle radiografie, che valutano lo stato dell'osso di supporto. Solo dopo aver inquadrato lo stadio della malattia il Dott. Orlando propone un piano di cura.

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Terapia e igiene mirate

La prima fase è causale e non chirurgica: rimozione di placca e tartaro sotto la gengiva con detartrasi e levigatura radicolare, eventualmente assistite dal laser come adiuvante e non come sostituto della terapia meccanica. Nei casi più avanzati, dopo una rivalutazione, si valuta la fase chirurgica, sempre con aspettative realistiche sui limiti della rigenerazione.

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Richiami di mantenimento

Il risultato si mantiene solo con la terapia di supporto: richiami di igiene programmati, in genere ogni 3-4 mesi nei pazienti a rischio, con controllo periodico delle gengive. È la fase che decide la stabilità nel tempo, insieme all'igiene domiciliare e alla sospensione del fumo.

Cos’è la parodontologia e perché conta davvero

La parodontologia è la branca dell’odontoiatria che si occupa della prevenzione, della diagnosi e della cura delle malattie che colpiscono il parodonto (l’insieme dei tessuti che sostengono il dente: gengiva, osso alveolare e legamento parodontale, cioè la struttura fibrosa che ancora la radice all’osso). Detto in modo diretto: mentre l’odontoiatria conservativa si occupa del dente, la parodontologia si occupa delle sue “fondamenta”. In altre parole, un dente sano su fondamenta compromesse è a rischio nel tempo, per quanto la corona appaia integra.

Il tema riguarda molte più persone di quanto si creda. La parodontite è una condizione molto diffusa: secondo la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP) circa un italiano su due convive con una qualche forma di parodontite, e quasi uno su dieci ne presenta la forma grave, quella che mette realmente a rischio la permanenza dei denti; a fronte di ciò, solo una minoranza riceve una diagnosi e una terapia mirata.

Sul piano internazionale, i dati del Global Burden of Disease collocano la parodontite grave tra le patologie più diffuse al mondo. Il primo messaggio è quindi rassicurante: chi scopre di avere un problema gengivale non è un’eccezione, ma parte di una condizione molto comune e, soprattutto, gestibile quando la si affronta per tempo.

Il Dott. Paolo Francesco Orlando, direttore sanitario di Dental Factor (Albo Odontoiatri di Firenze n. 967), imposta la parodontologia come una disciplina di lungo periodo: non una singola seduta risolutiva, ma un percorso fatto di diagnosi accurata, terapia e mantenimento. È un approccio meno “spettacolare” di certe promesse, ma è l’unico che la biologia dei tessuti consenta davvero.

Dalla gengivite alla parodontite: i segnali da non ignorare

Le malattie parodontali seguono spesso una progressione riconoscibile, ma non inevitabile, ed è utile distinguerne le due tappe, perché la differenza cambia la prognosi.

La prima è la gengivite, cioè l’infiammazione della sola gengiva, provocata dall’accumulo di placca batterica lungo il margine gengivale. La gengiva appare arrossata, gonfia, sanguina facilmente durante lo spazzolamento. Il punto decisivo, e la buona notizia, è che la gengivite è reversibile: con una igiene professionale e una corretta igiene domiciliare i tessuti tornano sani, senza danni permanenti.

Quando l’infiammazione non viene intercettata, può evolvere in parodontite (conosciuta anche come piorrea, il termine popolare con cui molti pazienti la nominano ancora). Qui il processo si estende in profondità: si formano le tasche parodontali (lo spazio patologico che si crea tra gengiva e radice quando l’attacco si stacca), l’osso alveolare inizia a riassorbirsi e il sostegno del dente si riduce progressivamente.

La differenza cruciale rispetto alla gengivite è che la parodontite non guarisce nel senso comune del termine: l’osso già perduto non ricresce spontaneamente. Si può però arrestarne la progressione e mantenerla stabile per anni, ed è esattamente ciò che una terapia ben condotta si propone di fare.

Il paziente dovrebbe considerare un consulto quando compaiono uno o più di questi segnali, che raramente arrivano tutti insieme e di frequente vengono sottovalutati:

  • Sanguinamento gengivale: la spia più precoce e più trascurata. Le gengive sane di norma non sanguinano; il sangue sullo spazzolino o nel dentifricio non va considerato «normale» né liquidato a priori, ma è un segnale da far valutare, poiché può dipendere da un’infiammazione gengivale o, in alcuni casi, da altre cause come un trauma da spazzolamento.
  • Alitosi persistente e cattivo sapore in bocca, legati all’attività batterica nelle tasche.
  • Recessioni gengivali: la gengiva si ritira e i denti appaiono “più lunghi”, talvolta con comparsa di sensibilità al caldo e al freddo.
  • Mobilità dentale e sensazione che i denti si spostino o non combacino più come prima: è un segno tardivo, che indica una perdita di sostegno già consistente.
  • Gengive gonfie, arrossate o dolenti, fino agli ascessi parodontali negli stadi avanzati.

Va detto con chiarezza che la parodontite, per gran parte del suo decorso, non fa male. È proprio l’assenza di dolore a renderla insidiosa: molte persone se ne accorgono quando i denti hanno già iniziato a muoversi. Per questo il Dott. Orlando insiste su un concetto semplice: la diagnosi precoce è la vera cura, e il sanguinamento è il momento giusto per farsi vedere, non un fastidio da rimandare.

La diagnosi: misurare prima di curare

Nessuna terapia parodontale seria inizia senza una diagnosi oggettiva, perché la parodontite è una malattia che si misura, non si stima a occhio. La visita parodontale si articola in alcuni passaggi codificati.

Il primo è il sondaggio parodontale: con una sonda millimetrata si misura, dente per dente e in più punti, la profondità del solco gengivale. Valori entro i 3 mm sono in genere compatibili con la salute; profondità maggiori possono indicare la presenza di tasche parodontali e vanno interpretate insieme alla perdita di attacco clinico, al sanguinamento al sondaggio e alle radiografie, non da sole.

Si registrano inoltre il sanguinamento al sondaggio, le recessioni e l’eventuale mobilità, costruendo una vera e propria “cartella parodontale” che fotografa la situazione di partenza e permette di misurare, seduta dopo seduta, se la terapia sta funzionando.

Il secondo è l’esame radiografico: le radiografie (in genere una serie di piccole lastre endorali) mostrano il livello dell’osso attorno alle radici, che il sondaggio da solo non può vedere; in casi selezionati può essere indicata una TAC cone beam (una radiografia tridimensionale a basso dosaggio) per valutare difetti ossei complessi.

Da questi dati deriva la stadiazione, cioè la classificazione della malattia secondo i criteri internazionali: lo stadio descrive gravità e complessità, il grado la progressione e il rischio. È ciò che consente di distinguere una forma iniziale, gestibile con la sola terapia non chirurgica, da una forma avanzata che richiederà un impegno maggiore. Curare senza aver prima misurato, nella parodontologia, equivarrebbe a costruire senza rilievo del terreno.

La terapia non chirurgica: il primo, indispensabile passo

La cura della parodontite comincia sempre dalla cosiddetta terapia causale (o non chirurgica), che agisce sulla causa della malattia: il biofilm batterico. Nessuna procedura più sofisticata ha senso finché non è stata rimossa la placca che alimenta l’infiammazione.

Il cardine di questa fase è la levigatura radicolare (in inglese scaling and root planing, cioè la pulizia profonda della superficie delle radici al di sotto del margine gengivale). A differenza dell’igiene tradizionale, che agisce sulla porzione visibile del dente, la levigatura raggiunge l’interno delle tasche, rimuovendo tartaro e placca dalle radici e rendendole “lisce” e biologicamente compatibili, così che la gengiva possa riaderire e le tasche ridursi.

La procedura si esegue in anestesia locale, generalmente ben tollerata, e viene di norma suddivisa per quadranti o per emiarcate in più sedute, in base all’estensione della malattia. Nei giorni successivi è comune una transitoria sensibilità dentale, che si attenua spontaneamente.

A questa terapia si affianca la parte forse più determinante di tutto il piano, e cioè l’igiene domiciliare: senza uno spazzolamento corretto e l’uso quotidiano di filo o scovolini, qualunque risultato ottenuto in poltrona è destinato a vanificarsi. Il Dott. Orlando è esplicito su questo punto con i pazienti: la terapia parodontale è una collaborazione, e la parte di lavoro che spetta a casa non è un contorno, ma metà della cura.

A circa 8-12 settimane dalla terapia causale si esegue una rivalutazione, ripetendo il sondaggio per confrontare i valori con quelli iniziali. Nella maggioranza dei casi le tasche si riducono, il sanguinamento diminuisce sensibilmente e non è necessario procedere oltre. Solo dove permangono tasche profonde e attive si valuta la fase chirurgica.

Un tema molto presente a Firenze merita una precisazione doverosa: il laser. Diversi studi lo propongono come alternativa “indolore e non chirurgica” alla terapia tradizionale. La posizione più prudente, coerente con la letteratura attuale, è diversa: il laser può avere un ruolo come strumento adiuvante alla terapia meccanica, ma non la sostituisce e non è un trattamento miracoloso; le evidenze sul beneficio aggiuntivo restano dibattute. Presentarlo come una scorciatoia che cancella la necessità di rimuovere meccanicamente placca e tartaro sarebbe scorretto verso il paziente.

La terapia chirurgica: quando e perché

La chirurgia parodontale non è né la regola né un fallimento della terapia precedente: è lo strumento indicato in quella minoranza di situazioni in cui, dopo la rivalutazione, permangono tasche profonde che la sola strumentazione non riesce a detergere. Il principio è semplice: alcune superfici radicolari, per anatomia o profondità, non sono raggiungibili “alla cieca”, e vanno affrontate a visione diretta.

Le tecniche si possono ricondurre a due grandi famiglie, con obiettivi diversi:

  • Chirurgia resettiva: attraverso un accesso alla radice si eliminano le tasche residue rimodellando i tessuti, in modo da ottenere anatomie più facili da mantenere pulite nel tempo. L’obiettivo è la stabilità e la detergibilità, non l’estetica.
  • Chirurgia rigenerativa: in difetti ossei selezionati, con l’impiego di biomateriali e membrane, si cerca di favorire la riformazione di una parte dell’osso e dell’attacco perduti. È qui che serve la massima chiarezza, per non alimentare aspettative irrealistiche: la rigenerazione è possibile solo in presenza di difetti dalla morfologia idonea, recupera una parte del sostegno e non riporta l’osso allo stato originario in tutti i casi. Dove è indicata, offre risultati preziosi; dove non lo è, prometterla sarebbe scorretto.

Esistono inoltre tecniche di chirurgia muco-gengivale per il trattamento delle recessioni gengivali, in cui, mediante innesti di tessuto, si può ricoprire la radice esposta migliorando estetica e sensibilità in casi idonei. Anche in questo ambito vale la regola generale: la gengiva non si autorigenera, ma in condizioni selezionate può essere ricostruita chirurgicamente.

Mantenimento e richiami: la terapia che decide il risultato

Se c’è una fase che distingue una parodontite realmente controllata da una destinata a ripresentarsi, è la terapia di supporto, cioè il mantenimento. Ed è anche la fase più sottovalutata, sia dai pazienti sia da una parte della comunicazione commerciale, che tende a raccontare la levigatura come il traguardo e non come una tappa.

La logica è biologica e ineludibile: la parodontite è una malattia cronica, i batteri che la causano non vengono eliminati per sempre e tendono a ricolonizzare le tasche nel giro di alcuni mesi. Le sedute di mantenimento (richiami di igiene professionale con controllo periodico del sondaggio) servono proprio a interrompere ciclicamente questa ricolonizzazione prima che torni a produrre danno.

La frequenza tipica è ogni 3-6 mesi, calibrata sul rischio individuale: più stretta nei pazienti fumatori, diabetici o con forme gravi, più diradata in quelli stabili e collaboranti.

La letteratura è concorde su un punto che il Dott. Orlando considera il vero spartiacque della disciplina: un paziente trattato e poi seguito con un mantenimento regolare conserva i propri denti in modo assai più prevedibile rispetto a un paziente altrettanto ben curato ma poi abbandonato a sé stesso. Per questo, presso Dental Factor, il mantenimento non è un “richiamo” accessorio, ma parte integrante della terapia: chi entra in un percorso parodontale entra in una relazione che prosegue nel tempo, non in una prestazione isolata.

Fattori di rischio e legame con la salute generale

La parodontite non dipende solo dall’igiene: è una malattia multifattoriale, in cui la reazione individuale ai batteri pesa in modo determinante. Conoscere i fattori di rischio aiuta a capire perché due persone con la stessa placca possano avere destini clinici molto diversi.

  • Fumo: è il principale fattore di rischio modificabile. Riduce l’apporto di sangue ai tessuti, maschera il sanguinamento (dando una falsa impressione di salute), peggiora la risposta alla terapia e aumenta il rischio di recidiva. La sospensione del fumo è, a tutti gli effetti, parte della cura.
  • Diabete: il rapporto è bidirezionale. Un diabete mal controllato peggiora la parodontite, e una parodontite non trattata rende più difficile il controllo della glicemia. Curare le gengive, in un paziente diabetico, significa anche aiutare il compenso metabolico.
  • Predisposizione genetica: alcune persone reagiscono ai batteri con un’infiammazione più aggressiva. La genetica non è una condanna, ma un motivo in più per controlli ravvicinati.
  • Altri fattori: stress, alcune condizioni ormonali (come la gravidanza), il serramento notturno e, naturalmente, un’igiene domiciliare inadeguata.

Va inoltre ricordato, senza toni allarmistici ma con la serietà che un tema di salute richiede, che la ricerca ha documentato associazioni tra parodontite e salute sistemica: oltre al diabete, sono descritti legami con il rischio cardiovascolare e con alcuni esiti della gravidanza, come il parto pretermine. Si tratta di associazioni, non di semplici rapporti di causa-effetto, e vanno interpretate con l’aiuto del medico; restano però un’ottima ragione in più per non considerare le gengive un problema puramente locale. La bocca, in questo senso, è una finestra sulla salute generale.

Quanto costa curare la parodontite a Firenze

Nella parodontologia più che altrove il costo non è un listino fisso, ma il riflesso di un piano di cura personalizzato, perché dipende dallo stadio della malattia e dal numero di quadranti coinvolti. Per questo, coerentemente con la deontologia, il preventivo viene sempre formulato dopo la visita e la diagnosi, e non prima. È però possibile, ed è giusto, spiegare in modo trasparente da quali voci è composto:

  • Fase diagnostica: prima visita parodontale con sondaggio e cartella parodontale, esame radiografico ed eventuale TAC cone beam nei casi complessi.
  • Terapia non chirurgica: sedute di levigatura radicolare, tariffate in genere per quadrante o per l’intera bocca, con eventuale terapia adiuvante.
  • Terapia chirurgica, quando indicata dopo la rivalutazione: interventi resettivi o rigenerativi, questi ultimi più impegnativi per l’impiego di biomateriali e membrane.
  • Mantenimento: le sedute di igiene di supporto periodiche, che accompagnano il paziente nel tempo.

Le variabili che spostano il preventivo sono soprattutto la gravità di partenza, il numero di sedute, il ricorso o meno alla chirurgia e i biomateriali impiegati; per il dettaglio aggiornato si rimanda alla pagina dedicata ai prezzi. Un principio, però, il Dott. Orlando lo esplicita sempre: investire nella terapia causale e nel mantenimento è quasi sempre più conveniente, oltre che biologicamente preferibile, rispetto al dover sostituire in futuro denti perduti con protesi o impianti.

La scelta di chi affidare la salute delle proprie gengive non dovrebbe basarsi sulla promessa più suggestiva, ma su criteri concreti che ogni paziente può verificare: è il modo migliore per orientarsi in una città, come Firenze, ricca di offerta e non priva di messaggi eccessivamente ottimistici.

Presso Dental Factor la parodontologia è impostata secondo tre principi che rispecchiano il metodo del Dott. Orlando: si misura prima di curare (sondaggio e radiografie come base oggettiva di ogni piano), si procede per gradi (prima la terapia causale, la chirurgia solo dove serve davvero) e non si abbandona il paziente dopo la terapia (il mantenimento come parte integrante della cura, non come optional).

Lo studio opera su due sedi a Firenze, in zona Amendola e in zona Dalmazia, con la supervisione clinica del direttore sanitario, iscritto all’Albo Odontoiatri di Firenze al n. 967.

Chi sta valutando dove curarsi può porsi alcune domande utili, valide per qualsiasi studio: è stata eseguita una vera cartella parodontale con sondaggio, o soltanto una pulizia? Il programma prevede una rivalutazione a distanza per verificare i risultati con i numeri, e un programma di mantenimento, o si esaurisce in una seduta? Le promesse sono realistiche, con una chiara distinzione tra ciò che si può ottenere (arrestare la malattia, salvare i denti) e ciò che non sempre è possibile (rigenerare tutto l’osso perduto)? Sono queste risposte, più di ogni slogan, a distinguere un percorso parodontale serio.

Quando la parodontite ha già portato alla perdita di uno o più elementi, la strada della sostituzione con impianti resta percorribile, ma solo dopo aver stabilizzato la malattia: un impianto inserito in una bocca con parodontite attiva è esposto alla perimplantite, l’analogo infiammatorio della parodontite attorno all’impianto. Per approfondire è disponibile la pagina dedicata all’implantologia a Firenze.

Il messaggio di fondo resta quello che il Dott. Orlando ripete più spesso: il miglior sostituto di un dente rimane il dente naturale, e la parodontologia esiste proprio per conservarlo il più a lungo possibile.

Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce la visita: solo un esame clinico e strumentale dà modo di formulare una diagnosi e un piano di cura personalizzati.

Scritto e revisionato dal Dott. Paolo Francesco Orlando · Albo Odontoiatri Firenze n. 967 (verifica) Ultima revisione: Come scriviamo i contenuti

Le informazioni hanno scopo divulgativo e non sostituiscono la visita odontoiatrica. Il piano di cura e il preventivo sono definiti solo dopo visita e diagnosi.

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